Luís Quintais – trad. dal portoghese di Edoardo Occhionero

Luís Quintais nasce a Luso nel 1968, quando l’Angola ancora è “província ultramarina”, nell’anacronistico disegno coloniale dell’estadonovismo di Salazar. Si trasferisce a Lisbona per gli studi, e dopo la laurea in Antropologia sociale, nel 1995, si stabilisce a Coimbra, dove inizia (e tuttora prosegue) la carriera di insegnamento presso l’omonima università. Si occupa di saggistica, etnografia e poesia. Più che essere definito poeta, preferisce l’appellativo di “pensador lírico”, in quanto colui che pensa poeticamente.

L’esordio poetico avviene nel 1995 in seguito alla pubblicazione di A imprecisa melancolia. Seguono le raccolte Lamento (1999); Umbria (1999); Verso Antigo (2001); Angst (2002); Duelo (2004); Canto Onde (2006); Mais espesso que a água (2008). Venti anni di poesia rientrano in Arrancar Penas a um Canto de Cisne (2015), pubblicata da Assírio & Alvim, per cui vince il Grande Prémio de Poesia Teixeira de Pascoaes APE / Câmara Municipal de Amarante 2015-2016. In Italia, nella traduzione di Gaia Bertoneri, segnalo Ecolalia (2018) edito da LietoColle.

La poesia di Quintais restituisce al lettore una radiografia della nostra epoca, e della sua crisi. Il piano della poesia spesso si interseca con quello della meditazione filosofica: frequentemente la metafisica indaga la natura del linguaggio e le sue limitazioni davanti all’esperienza di realtà. A questo proposito la tendenza di parlare di una postura post-moderna, allo stesso tempo elegiaca e decostruzionista. Per nulla secondario è quel carattere classicista di impronta camoniana rintracciabile dalla comparsa sporadica di latinismi. Tra i poeti con cui cerca di instaurare un dialogo si annoverano Arthur Rimbaud, Stéphane Mallarmé, Ezra Pound, William Blake, Wallace Stevens (quest’ultimo tradotto dallo stesso Quintais). Nella specificità del decostruzionismo, il poeta intende appoggiarsi al pensiero del filosofo francese Bruno Latour e dà testimonianza della propria poetica: scrivere ha a che vedere con la naturalezza del linguaggio, con la sua opacità e con l’impossibilità che questo atto ha di dire il mondo. Da esso l’impraticabile senso di colmare il vuoto creatosi.


DELLA DIFFICOLTA’ DELLA BELLEZZA

La bellezza è difficile.

Vorrei provare una magia più piccola
con la coscienza che ognuno ha il suo pezzo di paradiso
anche nelle situazioni contrarie.

Ma la mia avversità è un paesaggio
popolato da paura e cenere.
Là vedo morte e sofferenza
e quello che mi commuove è prossimo e incomprensibile.

Penso a quel cortile medievale di un paesino della Beira Interior
dove ieri ho assistito al preludio di una notte d’estate.
Il nero pozzo del cielo. L’edera che dondolava al vento. Una processione di stelle.
Rumore di insetti rodere persino gli interstizi del silenzio.
Potrei enunciare tutte le cose che allora mi riempirono i sensi
e ridurre questa espressione di cose che passano in fila, ricevono nomi,
a un illimitato fallimento.

Recupero la pietra fredda dove sedevo quella notte.
La tocco insieme al pensiero fino all’eloquenza illusoria della realtà.

Fallire è seguire, di nuovo, la strada dell’atroce quotidiano.

Penso a Ungaretti nelle trincee
mentre ricorda i suoi fiumi: l’Isonzo, il Nilo, ecc.
C’è una fuga da questa indifferenza.
Sono nobili gli esempi
e esemplare la responsabilità della distrazione.

Vedo un campo devastato dentro di me,
la torre del canto eretta sopra alle rovine della tranquillità
che mi cerca.

La bellezza è difficile.

Cerco la notte e la solitudine in un cortile medievale.
Cerco nella mia memoria questa notte e questa solitudine.
È necessario recuperare il momento, penso.
E distante nel tempo, un altro lo recupera:
un poeta nomina i suoi fiumi
su un fronte di combattimento.
La morte lo avvolge. Ma lui si fa carico del destino della bellezza.
Firma il suo viso assieme alla sofferenza.

Con l’inizio di questa consapevolezza
scrivo: «La bellezza è difficile. Nel frattempo può derubarci.»

Da A IMPRECISA MELANCOLIA (1995)

***

Terra Sigillata

A Bruno

Al di là di una vetrina del Museo
regionale di Guarda,
dei frammenti di ceramica
descrivono l’arco del passato.
Il colore rubro dove il nome fu scritto anonimo,
e che nell’estensione dei secoli
riunì la luce,
nulla mi dice delle mani del ceramista
che viaggiano fino a me.

Il sogno del linguaggio scuote
il misterioso specchio di ciò che passa.
L’immaginazione comincia il suo mestiere.
Saprò pronunciare le parole esatte?
Circonderò i vocaboli che si disperdono
dalle mani?

Ritorno col primo treno del pomeriggio.
Il paesaggio velocissimo
che sporge da sopra il finestrino
farà sedere la polvere
sopra l’indecifrabilità della pagina.
Arriverà la notte e mi troverò a Lisbona,
dove quello che ho visto sarà giusto un’eloquenza,
il richiamo che il linguaggio metterà in ascolto.

Da LAMENTO (1999)

***

Dopo la scrittura

Convoco i luoghi dove non c’è nessuno, dove lo sguardo è scarso, e il rumore
è la volontà chiara e fugace del pensiero.

Sarà questa la vertigine, l’abbandonato court da tennis dopo la pioggia di
un pomeriggio di maggio,
il linguaggio più blando di una pozza d’acqua nell’imperfetta super-
ficie sintetica.

Io comincio dopo la scrittura, tutta la scrittura comincia dopo la scrittura.

Da MAIS ESPESSO QUE A ÁGUA (2008)

*

Una bicicletta vicino al mare

In questo dehors mi siederei insieme a O’Neill. Avremmo di cui parlare. La bicicletta. Ma a te ti preferisco, e a questo gioco di parole in cui ci imboschiamo per tua invenzione. Controluce una bicicletta vicino al mare. In controluce una bicicletta è uno dei suggerimenti simbolici dell’infinito, per la ricerca di cui siamo testimoni. La più elaborata delle astrazioni in cui tutto ciò che particolarizza questa bicicletta cessa, si diluisce nella luce misteriosissima di un fine pomeriggio. È pura forma, e facilmente può invitare il pensiero, la ragione per cui gli oggetti si sospendono nel tempo, la ragione smisurata del perché esistono. Questa manipolazione, la bicicletta in controluce vicino al mare, ci lancia nell’indefinibile della sottile operazione di riesumare il tempo, i suoi principi volatili, il ritorno alla terra. E così, che cosa traduce questa bicicletta, questa singolarità di un fine pomeriggio, questo schema di ombre in equilibrio a un palo vicino al mare? Traduce la commuovente articolazione tra la fuga e la permanenza, assenza mobile e presenza sospesa, di cui essa è la magica, improbabile concretizzazione.

Da VERSO ANTIGO (2001)

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