Dimitri Milleri, Sistemi, Interno Poesia: nota di Lorenzo Di Palma

È sempre molto stimolante per me leggere le poesie dei ragazzi appartenenti alla mia generazione. Nel caso di Dimitri Milleri (1995) lo è ancora di più, essendo egli un mio coetaneo in senso stretto. C’è da chiarire, innanzitutto, che il libro di Milleri (Sistemi, Interno Poesia, 2020) non è un esordio. Da quanto apprendo dalla quarta di copertina, Milleri ha pubblicato un libro nel 2017. Il lettore dunque mi perdonerà se dico che non ci si può approcciare alla lettura di questo volume con l’occhio transigente di chi scopre un poeta appena nato.

Il libro è diviso in tre parti. La lettura della prima sezione, Detentivi, è a tratti particolarmente ostica. Milleri sa usare bene lo strumento metrico; l’endecasillabo la fa da padrone in tutto il libro, ma a volte è come se lo stesso poeta ne fosse attratto al punto da non riuscire a dosarlo a dovere. Un esempio: “E chi, fra gli avventori della rude / stanza insonorizzata, la palude / d’adolescenza avrebbe detto allora…”. Il discorso, spezzato in questo modo tra i tre endecasillabi, riceve un’impronta eccessivamente retorica (“d’adolescenza” in luogo di “della adolescenza” per non sforare con le sillabe). Altri casi, invece, quelli in cui la metrica viene sapientemente dosata, regalano felici esiti di piana descrittività come nel caso di “La sera di nuvole è scesa presto, / con la sua calca di molecole d’acqua / che nella corsa scanso”. È questa la limpidezza accessibile che si apprezza in Milleri.

Alcune poesie, d’altro canto, risultano talmente dense di termini farraginosi da essere sinceramente incomprensibili. È il caso, tra i molti, della poesia che inizia con “L’ipermnesia colpisce prima il cuore”, il cui tratto finale recita: “…la ricorrenza / che il disperdono fisso non arretra”. Tralasciando le molteplici interpretazioni (non tutte chiarissime) che possono essere attribuite all’ultimo verso, viene da chiedersi se fosse assolutamente necessario utilizzare il sostantivo “disperdóno” evitando di munirlo di accento e lasciando spazio alla confusione con la terza persona plurale del verbo disperdere. Sarà un’ illazione, ma queste soluzioni sembrano dei palliativi ben poco convincenti, specialmente se paragonati ad alcuni picchi di vera e propria poesia lirica pur presente nel libro, ben costruita in tutte le sue parti, di immediata comprensione e di grandissimo effetto per il lettore.
In generale il libro pare un buon libro e Milleri un buon poeta. Ci si dovrebbe, forse, allontanare dalla poesia dell’espressivismo, fatta di lingua esornativa stereotipa e dall’idea che la poesia possa sussistere soltanto all’interno di una cornice concettuale che la giustifichi a posteriori.

La poesia che scelgo di riportare qui, a mio avviso la migliore del libro, proviene dalla terza sezione intitolata Chiusi e garantisce a Milleri la mia stima.


Senti che pace qui: gli uccelli bevono
placidamente il buio senza grumi.
Era diverso allora, ti ricordi
quante candele accese dentro il cranio?
Raptus di clavicembali, frantumi
che non sai dire se sognati o solidi.

Dentro la notte carica di uranio
dormire tuttavia, riaprire gli occhi
sei ore dopo, crederle un istante,
stringere i denti e senza dire niente,
andare a Fiesole, suonare insieme.
Che avremmo dato allora per i cuori
che adesso dormono, dopo la pizza…

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