Ferruccio Benzoni, Con la mia sete intatta, Marcos y Marcos: nota di Riccardo Frolloni

Quanti poeti rischiano, hanno rischiato di cadere nel cono d’ombra della storia letteraria, storia che già poco clementemente relega la poesia ad appendice. All’elenco dei poeti riscoperti, dei nuovi maestri, Luigi Di Ruscio, Remo Pagnanelli, Antonio Santori, aggiungiamo Ferruccio Benzoni (1949-1997), e quanti altri mancano, penso a Giuliano Mesa fra tutti. Introvabile da molto tempo se non per stralci su qualche sparuto sito, la sua poesia ritorna alla luce grazie al lavoro certosino di Dario Bertini. Ritorna in un momento fecondo, oggi che quel doppio binario di «Grande Stile» e «Avanguardia» si confonde, si mescola, così la poesia di Benzoni attraversa l’opera di Sereni, si schiude dalla periferia, Cesenatico, giunge ai margini del Novecento e ne preannuncia l’entropia. Passa con felicità da una lirica elevatissima, quasi estrema, ai dettagli più perturbanti, volgari, in quel «monotono sublime» della poetica di Lowell. «Benzoni sente per sottrazione e scrive per restituzione» nota Galaverni, e lo conferma Massimo Raffaeli nell’introduzione, «un’arte del rammemorare e del restituire quella perdita al presente, colmarla ogni volta se non altro in effigie, nella risonanza interna della parola», la poetica della sete. E’ importante ricordare anche il lavoro svolto insieme ai compagni Simoncelli e Valeri per la rivista «Sul porto» realizzata a Cesenatico per otto numeri fra il 1973 e il 1980, come un laboratorio di poesia permanente, di corrispondenze e confronto con i poeti maggiori, Fortini, Giudici, Raboni e sempre Sereni; laboratorio in cui si forgia lo stile del dialogo delle arti, dei pensieri e dunque delle forme.

Due sono le opere che più mi hanno trascinato, la prima, Canzoniere infimo e altri versi, l’antefatto poetico dell’opera di Benzoni, e Fedi nuziali (Scheiwiller 1991), da un lato il fervore poetico, questa poesia che sgomita, sfacciatamente lirica, fatta tutta di saliscendi, dall’altro le vette dello stile, fin dalla Giustificazione iniziale: «Questo libro è un lungo piano-sequenza/(dico con il cinema)/di tre anni./In pratica un diario senza montaggio» f.b. 1987. Il cinema, francese specialmente, il primato dell’immagine, o meglio, del vedere, del mostrare e mostrarsi, esemplare per tanta poesia recente e la lirica rifunzionalizzata, non può non ricordare il Pasolini della disperata vitalità e gli innesti tecnici del cinema nella poesia, e viceversa: «Ma rieccoti infine/-ti do la mano sprofondando/con un sorriso strano incerto/o no se ricacciarti/da un film noir o dal mio male».

La sento fraterna questa poesia sperduta, la sete provinciale e vitale di chi si brucia nel fuoco della lotta, quell’inverno poetico pungente, esistenziale, «in questa Lapponia della mente in questa Islanda del cuore» per citare un altro grande poeta come Ceni. Ritornare sulla loro poesia ci fa tornare sui luoghi della contemporaneità e sempre più troviamo parole per dire il presente.


da Canzoniere infimo e altri versi

La casa rossa

Non c’è più la casa rossa dov’era sfollato
mio padre e mia madre quasi in un presagio
spiava la morte. Pure quanta vita ancora
e voglia di crescere per gioco un bambino!
Dante Arfelli era un giovane e sapeva l’inglese:
vennero gli alleati e sorridendo accendeva le sue luckystrikes…

Quando vidi Accattone da una cabina di proiezione –
poca gente in sala e un’idea di benessere ai piedi
nelle scarpe all’inglese coi buchi – ero appena ragazzo,
piangevo. ‘Gisto l’operatore, ma vieni domani – imprecava –
che danno i cowboys… Fu il mio modo
di sentirmi comunista, sentendomi controluce.

La prima ragazza che ebbi io non l’amavo.
Ma aveva seni duri sotto il grembiule di scuola.
Fu un pomeriggio ai campi. Arrivammo nel sole
in bicicletta: ricordo un odore di lacca e di sete, d’ascelle.
Il batticuore mi seccava la gola. Sapevo di ridere male.
Lei era svelta e triste se diceva “mi ami?”.

Non c’è più la casa rossa e vivere è oramai necessario.
Arfelli scrisse I superflui che io ero dentro mia madre.
Adesso che ci parliamo e so quanto sia chiuso quel libro
e agro, cosa fu la vita – mi dico – quegli anni
di mia madre e di me, dentro di lei, un’estate
del quarantotto. Come un romanziere allora
vorrei fingerla morta…

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