Marco Pelliccioli, L’inganno della superficie, Stampa 2009: nota di Andrea Donaera

Con L’inganno della superficie Marco Pelliccioli raggiunge una maturità che permette di annoverarlo tra i più rappresentativi poeti di quella che si potrebbe definire la Linea Lombarda 2.0: assorbita sottopelle le lezioni del Cucchi de Il disperso, del Raboni più narrativo e anche delle esperienze più vicine come quelle di Pellegatta, Pelliccioli realizza un’opera composita in cui forme e temi diversi si organizzano in una raccolta che si snoda agilmente tra il piglio avvincente del poemetto minimo (di majoriniana memoria) e la cadenza della scrittura epigrammatica (irrobustita dalla vis civile insegnata da Risi e dell’ultimo Pagliarani).

Suddivisa in tre parti e in numerose sezioni, quest’opera si caratterizza per il grande equilibrio tra prosa poetica e versificazione, e di conseguenza per tentare (come molti altri poeti nati negli anni Ottanta) un ragionevole e originale rimaneggiamento dei canoni lirici novecenteschi, intervenendo con personalità tramite il vero e proprio allestimento di una poetica personalizzata dal rincorrersi di immagini, dal ritorno di figure/personaggi (a loro modo indimenticabili come il Nino, l’Angiolina) e da una lingua/voce che fa di tutto per non sfumare mai nell’anonimato.

In varie sezioni, come Cantieri, Crolli e Oltre la siepe, assistiamo a un interessante ripensamento della poesia dei luoghi, in cui lo spazio si fa e si disfa, rinunciando a ogni possibilità elegiaca grazie a versi che creano immaginari sorprendenti, figli della acuminata delicatezza di Benedetti («Le betoniere impastano la malta con la sabbia / deposta dall’alta marea»; «l’estate spreme il verde / dappertutto e il vento / lo percuote fuori / dai confini umani»). Le «superfici» di Pelliccioli sono fisiche e morali, umane e toponomastiche. Ed è per questo che il paesaggio (urbano e non, intimo ed esterno) non è solo ciò che appare, sebbene filtrato dagli occhi di un poeta: è «l’inganno» della Storia e del Tempo, del progredire (più che del progresso), della memoria personale, delle vicende collettive. La programmatica consapevolezza di Pelliccioli gli permette di ritagliare così anche un interessante spazio alla riflessione attorno ai nuovi utilizzi della lingua, quasi a riproporre in ottica contemporanea le cardinali considerazioni che caratterizzarono il Gruppo 63: ricordando un po’ le «omonimie» del coetaneo Jacopo Ramonda, la sezione Nuovi Vocabolari è tra le più riuscite e gustose del libro, grazie a una sintesi poetica lucida e mai moralistica che ragiona esteticamente sul linguaggio delle nuove generazioni e sulla depersonalizzazione mossa dalla vita digitale.

La sezione conclusiva, che dà il titolo all’intero libro, merita infine una menzione particolare. È infatti in queste nove poesie che si raccoglie tutto lo spirito della scrittura di Pelliccioli: che è io e controfigura, che è stelle e parcheggi deserti, che è dolore, palazzi, provincia, città, ospedali, amore. Senza il timore di osare una poesia “alta” e al contempo “vera” – parlando alla vita dandole del tu: «vita, che non lasci via di scampo / se non stringere la blusa / rimboccare le maniche sul braccio / lasciare aperti i polsi / per un rivolo di cielo / che scorra nelle vene».


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Sollevare dei pesi, deporli
sbirciare
la madre a confondere la terra con il cielo
(la chiave della camera un fortino)
le dita storte, l’unghia giallognola del piede
che strizzano lo straccio, premono le scale
(i figli dal balcone immersi nella nebbia
aspettano Angiolina, il brodo, la minestra,
la coperta lisa per dormire insieme).

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Stormi di uccelli bucano gru, l’acciaio rosso che squarcia la piazza. La gialla foschia inghiotte ponteggi, preme nei “meeting” alle finestre, scuote respiri confezionati, depone il latrato del cane randagio sotto la pelle, dentro le ossa.

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L’UOMO-GELATINA

L’uomo, alla porta, sbuffa la farina caduta sul grembiule, non conosce “early adopters”, plance, processi di validazione. Non ha pianificato conti in “kappa” o “identikit”. Vuole soltanto vendere il suo pane, ed è perplesso dal piano di rilancio dell’uomo-gelatina, malconcio eppur firmato: pantaloni arrotolati sopra la caviglia, auricolari, lampade alogene nel fiato.

*

Le sei del mattino non sono mai presto.
Giù nel parcheggio piove difforme, il treno è vicino.
Non stendi le labbra, né cerchi finzioni,
è sporco, lo sai, l’alone sui vetri, conciate le lenti
come le bucce macchiano a volte la nuova tovaglia.
Nel cielo si scontrano tenui fiammate di rosa
alleviano un poco le palpebre stanche.
Si affacciano, bianche, le facce smagrite
dietro al cancello, la clinica a Turro,
le rotte ringhiere le tengono in piedi.
Sfiliamo le mani nel grande cortile.

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