Tommaso Di Dio, Verso le stelle glaciali, Interlinea: nota di Gianluca Furnari

«La via della persuasione non è corsa da ‘omnibus’» Carlo Michelstaedter

Verso le stelle glaciali’ (Interlinea, 2020) di Tommaso Di Dio è un libro atipico, capace di intercettare sensibilità e attitudini di lettori diversi. Nelle quattro sezioni (o «Itinerari») di cui si compone, versi, immagini e descrizioni in prosa formano un intarsio preciso, che – secondo l”Avvertenza’ in apertura – si presta ad essere esplorato in più direzioni, come in un libro interattivo. Le immagini, tratte dai contesti più disparati (un albero riflesso, una maschera di bambola, le pitture rupestri di Lascaux, e così via fino alla splendida nebulosa NGC 346, catturata dal telescopio Hubble nel 2005), sono concepite come «mappe», ipotesi di lettura, centri di condensazione dei flussi di senso che percorrono il libro.

In questa struttura aperta sembra che il campo di ciascuna sezione sia investito da interferenze ininterrotte, che alterano, slargano, obliterano i confini dello spazio e del tempo. Così, ad esempio, nella sezione iniziale, ‘Hanno freddo / Le strade, la storia’, il poeta si pone in ascolto dell’età presente, raccontando “l’immenso catrame e cemento umano” (p. 20) che brulica nei luoghi della vita usurata (bar, supermercati, stazioni), testimoniando una resistenza estrema dell’umano sullo sfondo di una città pulsante, non lontana dalla reboriana “città vorace / Che nella fogna ancor tutti affratella”. Nella seconda sezione (‘L’occhio azzurro / L’ospedale, la caverna’) il cronotopo si espande: dietro il dramma d’una coscienza implosa in una camera d’ospedale, della malattia che “disarticola / parole nuove” (p. 38) e perciò traghetta misteriosamente verso il primo senso, si spalanca una faglia preistorica, un terreno marcio in cui gli autori delle pitture rupestri di Lascaux danno vita, attraverso un’opera cumulativa, a una comunicazione transgenerazionale, limpida e oscura a un tempo, in cui «tutta la storia umana torna leggibile» (p. 131). La terza sezione, ‘1492 / Il mare, la mente’, ispirata alle memorie di Cristoforo Colombo sulla traversata atlantica, è forse la più rappresentativa del libro: mosso dal sogno di riscrivere le carte nautiche (cfr. p. 65), Colombo si imbarca insieme alla ciurma in un viaggio pieno d’illusioni, presagi, «visioni d’orrore» (p. 81), animato dal desiderio di far rotta verso una terra che sfugge sempre al possesso («in ogni dove io trovo / terra. E ancora // terra mi manca», p. 67). Diventa finalmente chiaro che il viaggio di «Verso le stelle glaciali» è un itinerarium mentis, un’avventura della mente spinta verso territori in cui il dubbio dell’assenza del limite la fa vacillare, la espone a una perdita totale delle coordinate (cfr. ‘E se questo mare non finisse. Se ci fosse altro mare’, p. 88). Permane, d’altro canto, una fede incrollabile che emana dalla meta stessa, la speranza in un impossibile nucleo di attrazione (le “stelle glaciali” del titolo) che, lungi dall’essere derealizzato, costituisce invece un reale possibile, ovvero la fine del sogno (cfr. pp. 140-141). Nell’ultima sezione (‘Verso le stelle glaciali / Il vento, i pronomi’), sotto un vento perenne «che ci dimentica; ci cancella» (p. 44), l’approdo è a uno sconfinamento che spezza la lingua dei testi in maniera ancor più vistosa, facendo balenare la possibilità del silenzio. La prosa conclusiva (sine numero, p. 144-145) sancisce, se non una negazione, una messa in discussione del libro stesso, della carta e dell
«carte», suggerendo che il nucleo di senso giace fuori dai bordi, nel gesto di «alzare lo sguardo» e «volgersi ad altro» (p. 145).

Germinando da un istante d’improvvisa presenza o d’intuizione dell’assenza, la parola di Di Dio rifugge da sbavature e virtuosismi, senza per questo rinunciare agli strumenti della retorica, che le conferiscono lo smalto lucente delle carte di un atlante: aggettivi e sostantivi si accumulano, spogliati delle loro connessioni e messi insieme a deflagrare; anafore, iperbati, proposizioni relative precedute dal punto fermo o dal punto e virgola squarciano la scena, aprono lampi e visioni. Come se, per restare fedele alla «canzone della terra» (p. 18), la lingua di questo libro volesse farsi carico di tutto l’esistente, e per ciò andasse incontro al destino di ogni lingua poetica, cioè all’oblazione e alla scomparsa.


Porto di San Sebastián
Isola di La Gomera, agosto

La nave è sabotata.
Dobbiamo attraccare: si è rotto un timone,
bisogna riparare
ritrovare la forma,
rifare la vela.

Un operaio sta in piedi, sul bordo della strada.
Rovescia luce e catrame
mentre un altro con un bastone
lo stende raso
nel sole forte di agosto.

Riparano. Ricoprono ogni strato. E fuma; e brilla.

Perché vi sia un passo in più
oltre questa pozza di mare. Perché vi sia spazio
oltre questo spazio, perché vi sia
qualcosa senza nome ancora che nei frantumi si faccia avanti e prema
grande luce emanata, mossa
sul bordo di questa strada azzurra, verso il cielo
tracciato in una sfera.

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