Costantino Turchi, Delle nostre immagini (poesie 2014 – 2018), Arcipelago Itaca: nota di Lorenzo Di Palma

In un modo tutto suo. Con queste parole Umberto Piersanti chiude la prefazione del libro d’esordio di Costantino Turchi (1993) “Delle nostre immagini (poesie 2014 – 2018)”, Arcipelago Itaca, 2020. Resta da chiarire, ora, se questo complimento sia avvertito dal lettore come una benevola dichiarazione di originalità o come una messa in guardia. Lo stato d’allerta è suscitato fin da principio dalla indicazione cronologica presente in copertina. L’autore dichiara di aver inserito nel libro poesie risalenti ad una fascia temporale compresa tra i sei e i due anni fa. Un’autoantologia, dunque. Questa impressione è subito concretata dalla lettura dei primi due testi. Dopo una poesia introduttiva, si passa alla prima delle quattro sezioni in cui il libro è diviso. Ci si trova di fronte questi cinque versi: «Dischiuso sole, scrutando la piazza / sveli il reticolo dei sampietrini / irregolari sbrinati dall’instabile / pendenza, infusi di geometria / annidata nel profondo e così emersa». La descrizione di una piazza, poi di una via, in quattro strofe. Proseguendo nella lettura, si profila chiaramente la struttura su cui è basato il libro: ad una serie di poesie che potremmo chiamare liriche, di ambientazione vagamente bucolica («Or vai, che non basteranno mai i mimi / dei saluti e neanche gli sguardi…»), si alterna un’ altrettanto ampia congerie di testi che sembrano volere a tutti i costi abbassare i toni attraverso l’utilizzo di un lessico che, nell’idea dell’autore, si immagina, dovrebbe suonare ultracontemporaneo («…e tu / ancora non rinvieni oltre il tavolo / deserto dei monitor e rare briciole» ; «Visti dalla superstrada / i palazzoni in faccia al mare»).

L’effetto generale è quello che segue. Turchi tende a stabilire una distanza tra lettore e autore che non è semplicemente quella della finzione letteraria, ma si direbbe piuttosto della bigiotteria, della lirica forzatamente messa in mostra e, in alcuni casi, posticcia. È la reiterazione di iperbati, di apocopi, di vocativi, di imperativi, delle rime di basso profilo a rendere il legame con la tradizione e con gli scenari bucolici soltanto ad un livello superficiale.

È difficile riuscire a descrivere brevemente questo libro; o forse dovrei dire questa raccolta di poesie, poiché di questo si tratta, in fin dei conti. E la difficoltà non è tanto dettata dalla caratura dei testi, i quali di per sé appaiono per lo più descrittivi e, benché spesso eccessivamente retorici («O non ricordi che il fico rinasce / pure quando viene abbattuto il tronco…») e in parte oscuri («Io perdo l’unità nella tua scissione»; «…una sfera presupposta/ come lampada luce da lumeggio»), sempre piuttosto comprensibili, quanto nel fatto che ogni testo paia slegato dal precedente, come accade, appunto, in un canzoniere. Si potrà obbiettare dicendo che la raccolta di poesie sparse non costituisca di per sé un dogma ignobile da biasimare a priori; che l’io lirico costituisca un fattore di unità e coerenza. È vero, ma i risultati appaiono non del tutto convincenti.

A questo punto, rimane da ricordare che il libro di Turchi è un esordio, e in quanto tale deve essere letto. Un esordio che, in un modo tutto suo, aiuta a riflettere sulla situazione poetica attuale e che si potrebbe interpretare come un tentativo di trovare in certa poesia di matrice novecentesca un’autorità poetica superiore a cui fare atto di fedeltà, in mancanza di chiari riferimenti contemporanei. La poesia che si riporta di seguito sembra esulare dal discorso appena fatto: probabilmente, è per questo una delle più riuscite.


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