Ariel Spiegler, trad. dal francese di Francesca Dell’Acqua

Nata a San Paolo nel 1986, Ariel Spiegler studia filosofia alla Sorbonne e, concluso il percorso di studi, si dedica in un primo momento all’insegnamento. Nel gennaio 2017 publica la sua prima raccolta (C’est pourquoi les jeunes filles t’aiment, Editions de Corlevour/Revue NUNC, 2017) che ha ricevuto, nel novembre 2017, il premio Découverte Apollinaire.

Jardinier (Giardiniere) è la sua seconda raccolta, pubblicata nella Blanche della casa editrice Gallimard – uno dei punti di riferimento dell’editoria francese – nel novembre del 2019. La silloge si divide in sei parti ben distinte, i cui testi sono privi di titolo. La punteggiatura non prende d’assalto i testi, ma adempie al ruolo di condurre il respiro, di sottolineare un soffio, spesso corto, come fosse una respirazione vitale.

La silloge si apre con l’epigrafe “Egli verrà a noi come la pioggia” dal libro di Osea, primo dei dodici profeti minori. Un’epigrafe che offre delle coordinate che ci consentono di addensare la silhouette del jardinier, che assume ulteriore corporeità grazie alla seconda epigrafe della silloge “Le prenant pour le jardinier, elle lui dit”: si tratta di Gesù che, davanti alla tomba vuota, non viene riconosciuto dalla madre che, in piena agitazione emotiva, lo scambia per il custode del giardino, dove si trova il sepolcro. Un’immagine di un potenziale comunicativo disarmante, la quale suggerisce come il dolore possa essere risanato solo da chi lo ha generato.

Jardinier è un invito ad assorbire e attraversare il dolore: un dolore unico, privato, che nessuno può conoscere se non chi lo subisce e chi lo ha originato.

Sono testi che suggeriscono immagini, provocando un affastellamento di memorie, recenti e lontane, di ferite profonde o a fil di pelle; sono versi imbevuti di concretezza emozionale, che allo stesso tempo trova spazio in una dimensione sacrale. È questo il confine labile che fa sì che le due dimensioni (terrena e spirituale) si mescolino e confondano, al punto da mistificare la voce stessa di Ariel, la quale, comunicando con un verso semplice e genuino, fa sì che le sue parole veicolino un messaggio di una schiettezza disarmante , il cui doppio fondo a sua volta ne rivela una natura profonda e spirituale. Persino gli ambienti ad una prima lettura possono sembrare disorientanti, dal momento che ogni verso sembra ammantarsi di luce; tuttavia a poco a poco è evidente come essi rivelino una sterilità che li rende fasulli, la quale li trasforma in spazi chiusi, dove l’esistere viene negato. Questa condizione apparentemente castrante è fondamentale per un decisivo “aut aut” con noi stessi, favorendo così un ripiegamento interiore, un ascolto, una presa di coscienza e, solo allora, una condivisione. Sono versi su cui gravida il peso esperienziale del dolore, dove l’esistere è il cerchio e l’autrice il suo punto: Ariel narra il suo esistere e si fa a sua volta carico dell’esistere, o meglio, si fa testimone del suo peso, della sua durata, della sua vincita e della sua sconfitta. Un percorso non poco insidioso che mette a dura prova un io lirico espresso e inespresso, diviso nei corpi che abitano i testi. È disarmante come Ariel parli di sé e di altri con cognizione di causa, legittimando il suo gesto, come fosse un atto di amore, un omaggio al dolore condiviso di cui sembra conoscere ogni componente. Sono poesie che confondono più significati, che sovrappongo più piani, ma il punto di inizio e di arrivo resta chiarissimo. È un processo catabatico che ha come unico scopo il ricongiungimento con Dio, in chiave cristiana, da tradursi unanimemente con il solo puro desiderio di stare bene.

*

Da lontano, in inverno, venne da me
una giacca da moto sulle spalle, e il regno.
La sua nudità docile, aranciata dai riverberi fuori.
Ma sono in viaggio
e sarebbe un errore
posare gli occhi su di lui a quest’ora.
Troppo presto ho intonato la preghiera degli umani e degli angeli.
Ha nevicato a lungo
e mi sono amalgamata al suo corpo così tanto
da concepire della Provenza
una memoria che non mi appartiene
e lui piangeva in cucina.

*

La tua solitudine ti chiama.
Sii silenziosa, piccola,
niente di più.

Lo vedi questo dolore, sai.
È solamente tuo?

Ti sei votata a una ferita
Che ti ha portato, dove tu non sai affatto,con l’ostinazione dei salmoni
contro alla corrente dei torrenti
ciò che cerchi.

*

Sono la parte migliore di te,
quella che tu ascolti meno.

So dove andare.

Tu mi resisti e provi dolore.
Sono io che voglio
camminare comunque
e tu ti fermi.

*

Sorgi, tu che sei vivo, alzati
e cerca colui che ti aspetta
da prima che tu nascessi
per farti essere
libero come lui
Non smettere di cantare, di volerlo fare,
canta.

*

Per Laure Garnier

Lui mi ha detto: “Non aver paura di morire,
Io sono qui.
Tu diventerai un fuoco, un cedro, la mia danza”.
Mi ha detto: “Salta nel vuoto. Sono qui.
Cammina, sono qui.
Attraversa”.

*

Ho atteso per un mese la bufera
ma ero io la bufera,
e non è rimasto nulla che delle pozze di fango.
La tempesta che mi chiamava non ha mantenuto la parola e mi ha detto:
“Imbecille.”

Mi ha detto:
“Tu hai preso l’amore per un incendio
Hai creduto a dei sì
Hai perso un tempo tuo, una vita tua.”

Venga un soffio di vento
davanti cui inginocchiarsi
e coprirsi il volto.

Da JARDINIER, GALLIMARD, 2019.

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